sabato 24 settembre 2016

Paolo Becchi: «Il Movimento 5 Stelle: uno o trino?»

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Il tema toccato da questo articolo è quanto mai cruciale. Riguarda le ordinanze del Tribunale di Roma da noi pubblicate su questo blog in data 12 aprile 2016 e quella successiva ma collegata del Tribunale di Napoli del 14 luglio 2016. Vi è stata in Napoli nello stesso mese di luglio una conferenza stampa, ma dopo sui delicatissimi problemi che ne discendono sembra calato una sorta di silenzio stampa. Eppure il terremoto in corso dentro il M5s hanno come loro epicentro proprio quelle due Ordinanze che presto si trasformeranno in sentenze di merito, non restando altro da trattare che le spese processuali. È difficile ipotizzare che uno stesso giudice smentisca se stesso a pochi mesi di distanza. Poiché nel frattempo Beppe Grillo, anziché leggere le Ordinanze emesse, ha continuato a parlare prima ancora di pensare - come dice lui stesso in una intervista con Paquale Elia - si è ritrovato tre distinte querele per diffamazione, delle quali dovrà pur tenere qualche conto. Al tempo stesso sorgono una miriade di associazioni che si ispirano ai principi del M5s, ma non intendono dipendere da uno Staff anonimo e irresponsabile. Un quadro piuttosto confuso, senza che da quei giornalisti che vanno a caccia di gossip ci si possa aspettare elementi utili di informazione e di chiarimento. Come ebbe a dire in un Forum londinese, il giornalista John Pilger, l’informazione altro non è che una “emanazione del potere”, e se - come sembra - il M5s è destinato al potere, i media già cominciano ad allinearsi.

 AC
Il MoVimento 5 Stelle: uno o trino?
Paolo Becchi

Mentre la stampa è occupata  dal gossip  a 5  stelle  su  telefonate in punto di morte  tra  l’Ayatollah e il guru e  dalla kermesse che oggi si apre a  Palermo per la quale è annunciata  l’esibizione  di  Raggi-o di luce  che  canterà  Io voglio  per me le tue carezze…  a cui seguirà Maio-nese  con Perdono, perdono, perdono, e allo spettacolo non potrà  ovviamente mancare il premio Nobel per la  cultura  ridotta  a farsa e parodia,   mi concentrerò oggi  su una difficile questione di  teologia politica: il  MoVimento è uno o trino? 

Le coordinate per orientarsi nella soluzione  del quesito  teologico non si trovano tuttavia nei testi sacri ma in due  Ordinanze cautelari di due distinti Tribunali italiani. La prima ordinanza, emessa dal Tribunale di Roma nell’aprile 2016, ha appurato  che esistono due omonime, ma distinte associazioni denominate appunto “MoVimento 5 Stelle”: quella fondata nell’ottobre del 2009 da Grillo e Casaleggio e che annovera oltre centomila  iscritti, e un’altra, fondata nel dicembre del 2012. La seconda è l’ordinanza del Tribunale di Napoli, pronunciata nel luglio 2016, la quale ha rilevato - di conserva - che l’associazione Movimento 5 Stelle fondata nell’ottobre del 2009 è da considerarsi un partito a tutti gli effetti e che essa deve pertanto rispettare non solo le regole codicistiche che disciplinano le associazioni, ma anche il principio del diritto di esistenza, al suo interno, di correnti di  minoranza, come qualsiasi altro partito. 

L’ordinanza dei giudici partenopei ha inoltre rilevato la nullità del regolamento espulsioni pubblicato sul blog nel dicembre del 2014, costringendo i vertici dell’associazione a indire in fretta e furia, il 20 luglio del 2016, una votazione per la  per “la conferma delle modifiche di aggiornamento al Non Statuto e al Regolamento del MoVimento 5 Stelle”, votazione poi rinviata sine die con un post scriptum, dopo che l’avvocato Lorenzo Borrè, difensore degli espulsi nei due procedimenti conclusisi con le suddette ordinanze, aveva fatto correttamente rilevare che le modifiche dello Statuto non potevano essere approvate con una votazione on line. E ad oggi le votazioni che dovevano concludersi in occasione della ormai imminente  kermesse di Palermo non sono state ancora avviate...

In tutto questo bailamme non è dato capire quale sia allora la funzione dell’associazione “Movimento 5 Stelle” costituita da Beppe Grillo, Enrico Grillo e Enrico Maria Nadasi (commercialista di Grillo)  nel dicembre 2012 e avente codice fiscale 95162920102 (mentre, lo diciamo en passant, l’associazione fondata nel 2009 non risulta neppure avere codice fiscale....) e quale sia la ragione della modifica del suo Statuto avvenuta nel dicembre del 2015, modifica mai divulgata dalla stampa, e per questo lo facciamo qui riportandone alcuni estratti,  con cui - tra l’altro - è stato abiurato il principio dell’«uno vale uno», atteso che mentre l’articolo 12 dello Statuto originario (quello del dicembre del 2012) prevedeva che alle assemblee dell’associazione partecipassero tutti i soci (divisi nelle categorie di soci fondatori, soci ordinari e soci sostenitori, questi ultimi individuati negli “aderenti al movimento 5 stelle che abbiano votato in rete i candidati del M5S”), il nuovo  Statuto del 2015 consente la partecipazione alle assemblee ai soli soci fondatori (i due Grillo e Nadasi) e ai soci ordinari, e parrebbe esista un solo socio ordinario,  vale a dire Gianroberto Casaleggio, il cui nome  sino ad allora  non era presente  in documenti ufficiali. Fatto sta che alla data del 29.4.2016, come risulta dal verbale di assemblea totalitaria che si trova pubblicato sul portale all’indirizzo http://www.movimento5stelle.it/rendiconti/Associazione_Movimento_5_Stelle_rendiconto_2015.pdf ,  non rientrano tra gli  aventi diritto di voto alle assemblee né i parlamentari eletti (tantomeno sindaci e consiglieri regionali e comunali nelle liste M5S) e nemmeno i membri del direttorio, circostanza di una certa rilevanza se sol si considera che, come specificato, all’art. 3 dello Statuto modificato nel dicembre 2015 unica titolare del contrassegno del Movimento 5 stelle è l’associazione costituita nel 2012 (mentre l’associazione fondata nel 2009, quella cui sono iscritti oltre centomila persone, non rileva). Insomma, al momento attuale il simbolo  è ancora di fatto nelle mani di Grillo, o meglio di quella seconda associazione formata dai due Grillo più Nadasi. Deciderà di passare la titolarità del simbolo ai parlamentari, ad alcuni di essi, magari allargando l’associazione o lascerà le cose come stanno, in attesa di tempi migliori? Ci sarà una fusione tra questa associazione e  la nuova associazione Rousseau fondata da Casaleggio padre col figlio, poco prima di morire, e senza Grillo? O, molto più probabilmente,  le due associazioni interagiranno, sanando  la spaccatura tra Grillo e Casaleggio padre? 

Due Associazioni  che portano  lo stesso nome e in più ora  anche la nuova Associazione  Rousseau; questi sono al momento i fatti.  Se Grillo vuole rilanciare il Movimento e mettere un po’ di ordine  nel pollaio, prima che a capitan Pizza venga la tentazione di portargli via le uova, domenica a Palermo    dovrà lanciare  una nuova struttura organizzativa  del M5s, quella direttoriale è  legata ad una fase del Movimento superata  con la morte di Gianroberto  Casaleggio.  

Ma c’è qualcosa d’altro ancora.  E' presto detto: si tratta del Comitato promotore Italia 5 Stelle, comitato con un proprio codice fiscale e di cui risulta legale rappresentante Roberta Lombardi, beneficiario delle donazioni sollecitate dal portale del Movimento 5 stelle per il nuovo evento di Palermo e che è stato già destinatario delle sottoscrizioni per l’organizzazione di Italia 5 Stelle 2015 a Imola, atteso che l’iban per le donazioni a Italia 5 Stelle 2015 è lo stesso di quello per le donazioni a Italia 5 Stelle 2016. Perché questo Comitato distinto? Ah saperlo! Ma da un MoVimento che fa della trasparenza il proprio mantra ci si aspetterebbe la pubblicazione dello Statuto di detto Comitato che maneggia quattrini,  così da comprenderne le finalità e conoscerne i componenti... intanto accontentatevi, a proposito di trasparenza ecco alcune pagine dello Statuto vigente, con tanto di firme autentiche, di cui nessun giornale ha sinora parlato.

Letture: 43. Valerio Cutonilli, Rosario Priore: «I segreti di Bologna. La verità sull’atto terroristico più grave della storia italiana» (Chiare Lettere, agosto 2016)

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Repetita iuvant: questa non è una “recensione” nel senso che richiede l’avvenuta lettura del libro per intero e il confronto critico con altri testi e documenti. In questo senso si tratta di un lavoro accademico che ha senso farlo se conviene farlo, se il gioco vale la candela. È invece una scheda in corso di lettura del libro, lettura che potrà non giungere all’ultima pagina se viene a mancare l’interesse o per qualsiasi altro motivo. Dei filosofi antichi, i Presocratici, possediamo solo frammenti, non l'opera intera, ma ognuno di quei singoli frammenti può valere per la nostra formazione culturale più di intere biblioteche costituitesi con l’invenzione della stampa. Ma non voglio ora indugiare oltre sulla forma “libro” o “frammento” o “aforisma” come momenti di acquisizione e trasmissione della conoscenza. Il tema mi affascina molto, ma non è ora questo il discorso sul quale voglio intrattenere i miei Sei lettori.

Ancora prima di averlo aperto, ed iniziarne la lettura integrale, che spero di aver completata per il 29 settembre prossimo, data di una presentazione pubblica del libro in una sala romana, il libro suscita in me alcune reazioni mentali. Uno del tutto personale, attinente la mia incolumità e uno scampato pericolo. La strage alla stazione ferroviaria di Bologna avvenne il 2 agosto 1982. In quell’anno io lavoravo, a tempo pieno, come impiegato, in Roma, alla casa editrice Giuffrè, nella redazione dell’Enciclopedia del Diritto, a fianco della Cassazione, al palazzo di Giustizia. Le nostre ferie erano legate a quelle giudiziarie, dal 1° agosto al 15 settembre, e durante il mese di agosto la Redazione era chiuso e le ferie erano d’obbligo per tutti in quel periodo. Io andavo sempre in Germania a fare vacanze e tentare di migliorare così il mio tedesco. Insomma, con il treno ero passato da qualche giorno per la stazione di Bologna ed ebbi dopo la notizia di ciò che era successo. Avrei potuto trovarmi anche io, come vittima, in una situazione di pericolo... Di cosa successe, di come e perché, non ho mai saputo nulla. Adesso, dopo 36 anni, acquisto in libreria un libro che mi annuncia «la verità sull’atto terroristico più grave della storia italiana». Apprendo che si tratta del “più grave” atto nella lunga sequenza di attentati terroristici in una stagione che per me ha un’altra data ancora più significativa: l’uccisione nel maggio del 1978 di Aldo Moro, del quale ero stato studente ed ero ancora troppo giovane per capirne la statura e l’importanza storica. Quel che è certo è che la sua morte, la sua uccisione, non ha mai cessato di turbarmi, per tutta la problematica connessa al tema della nonviolenza, o meglio dell’uso della violenza nella lotta politica ai vari livelli possibili: da quella legittimante della rivoluzione francese da cui è poi nato lo stato moderno di diritto e tutte le costituzione europee a quella dei movimenti di resistenza e di legittima opposizione alla invasione e occupazione, come quella palestinese, di cui leggo trattasi nel libro.

Rosario Priore (n. 1939)
«La verità non ha tempo: non è mai troppo tardi per raccontarla». Questo l’esordio del libro per la penna di Rosario Priore. È un esordio che non mi piace ed urta la mia sensibilità di persona impegnata nella lotta per la libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento. Una verità che giunge dopo che la vittima di una non-verità è marcita e morta in carcere giunge “troppo tardi” non solo per la vittima, ma anche per tutti quelli che avevano creduto nella sua innocenza... La verità non è avulsa dal tempo... La Verità impone, esige di essere testimoniata e gridata appena se ne ha conoscenza e certezza... Tutto il cristianesimo non avrebbe avuto senso se la sua “Verità” avesse potuto essere rinviata a tempi politicamente più propizi... Stento poi a credere che la non-verità ovvero la Menzogna possa essere racchiusa in un solo «atto», sia pure esso il «più grave della storia italiano». Thomas Hobbes nella sua introduzione al Leviatano parla di “regno delle tenebre”, ma si tratta di un intero processo storico, di un’epoca, mai di un singolo “atto”... Non vogliamo però fare un torto al libro e ai suoi autori, e cerchiamo di andare avanti nella lettura, prima di anticipare giudizi.

Valerio Cutonilli
È certamente scomodo alzarsi dal divano, dove comodamente si svolge la lettura del libro, per venire alla tastiera a redigere qualche osservazione in corso di lettura. Cerchiamo di farlo il meno possibile, ma non posso non rilevare la conclusione delle prefazione di Priore (pp. 5-10), che termina con questa frase: «Ora sarà il lettore a giudicare se le nostre ipotesi siano fondate o no». Caspita! Non più dunque «la verità sull’atto terroristico più grave della storia italiana» promesso o annunciato in copertina nel sottotitolo, ma solo “ipotesi” che tocca al Lettore - a me! - “giudicare” se “siano fondate o no”.  Una bella responsabilità! E che faccio io nella vita? Il magistrato?... Già mi stanno sulla stomaco alcune sentenze, che ho dovuto subire, e che sospetto come influenzate da un “clima politica” su materie sensibili, dove mi turba il pensiero dell’opera diretta o indiretta di sayanim, o almeno di un “clima” la cui esistenza sfata il mito di un giudice vicario sulla terra del Giudice divino che sta in cielo. Adesso, leggendo un libro, tocca a me valutare la fondatezza di “ipotesi” giudiziarie... Chi non è giudice, deve valutare il lavoro dei giudici. Io non so, e poco mi interessa, se esista e sia fondata una “pista palestinese”, ma se Rosario Priore vuol sapere da me cosa ne penso della “questione palestinese” o meglio della “questione sionista” - intrecciate l’una con l’altra come le due facce di uina stessa medaglia -, allora non è il 2 agosto 1980 la data da tenere in mente e da cui partire, ma un’altra (trascura il giorno e la data) dell’anno 1882, quando i primi Biluim (coloni ebrei sionisti) sbarcavano in Palestina, avendo già perfettamente in mente quella “pulizia etnica” che giungerà a compimento nel maggio del 1948, e che avrà un opposto significato per ebrei israeliani e palestinesi: per gli uni sarà un giorno di festa, la fondazione dello stato ebraico di Israele, e per gli altri la «Nakba», la catastrofe, la disfatta nazionale, l’ingiustizia somma subita. Se poi si tratta di valutare le responsabilità politiche ed etiche dell’Italia in tutto il corso di questa storia (1882-2016), allora la cosa travalica qualsiasi competenza di giudice. Altro che lodo Moro! Un “lodo” che peraltro rivelava pragmatismo e buon senso. In fatto di violazione di “patti” sottoscritti, di tradimenti, ahimé è una costante della nostra storia. Come italiano, che vive nel 2016, brucio di vergogna alla rappresentazione pur sommaria, non certo giudiziaria, di come un patto di amicizia italo-libico, fresco di inchiostro, sia stato platealmente e sfacciamente violato con tutti i crismi di stato nel 2011 con l’aggressione alla Libia, fatta dai nostri Alleati, per nostra vergogna e disonore, e con i nostri politici tutti che hanno presto presto dimenticato e vanno a baciare il didietro a personaggi il cui senso dell’onore - se mai ancora esistesse quella cosa che si chiama onore - imporrebbe di muovere loro guerra. Non so se sia fondato o meno la “pista palestinese”, e poco mi importa, e poco influisce nel mio giudizio storico complessivo, ma così messa mi sembra un regalo alla propaganda sionista. E poiché si procede, a detto di Rosario Priore, per “ipotesi”, non vedo perché dovrei escludere questa ipotesi. E se si fa una facile ricerca nella letteratura di propaganda sionista, si vede come ci si frega le mani all’idea di poter strumentalizzare la “pista palestinese” per legittimare una “pulizia etnica” che accompagna la nascita della Repubblica italiana... Mah! Andiamo avanti nella lettura, che non capiamo quale verità debba finalmente svelarci, sia pure per ipotesi.

La tesi ipotesi del libro
Post Scriptum. Attenzione! Non sto giustificando in nessun modo la strage di Bologna, che considero esecrabile e condannabile in sommo grado,  chiunque ne siano stati gli autori! Oltretutto, per quanto ho sopra detto, poco ci era mancato che non ne fossi io stesso una vittima. Il libro, dopo 36 anni dai fatti, riveste oggi un interesse forse esclusivamente storico e politico. E quindi si tratta prevalentemente di decidere sotto quale angolatura debba essere letto e cosa gli Autori chiedano o si aspettino dai Lettori, nel caso di specie, da chi qui scrive, rivolto non agli Autori, i quali avendo scritto il libro probabilmente considerano concluso lavoro, dal quale si aspettano utili, ma ai suoi Sei lettori di questo Blog, verso i quali ritiene di avere qualche responsabilità. Ma l’atto dello scrivere può essere anche una forma di riflessione, tutta rivolta all’interno: in interiore homine, dove si dice che abita la verità e perfino dio.

Al lettore l’ardua sentenza!
Di Noam Chomski ho letto diversi libri, non tutti, e li leggo sempre con interesse e senza annoiarmi. Me ne ricordo uno, particolarmente interessante e istruttivo, per il modo in cui analizzava un altro libro, criticandolo attraversa la mera analisi testuale. Volevo sorvolare la pagina 18 dove leggo:

«...Grazie al pentimento di suo fratello, però, i carabinieri avranno la conferma della collaborazione tra le Br e l’ala oltranzista della resistenza palestinese».
Non sarei stato a cercare il pelo nell’uovo nel brano sopra riportato, se poco più avanti, a pagina 22, non avessi trovato quest’altro:
«La pericolosità di quei missili era tale era tale che Tel Aviv aveva escogitato un’azione molto rischiosa per neutralizzarli. Piombato di notte all’interno di una base nemica, un manipolo di paracadutisti aveva sequestrato il radar usato per orientare in battaglia i Sam-2. L’apparecchio era stato dal terreno e portato via in elicottero. Un’autentica beffa che le autorità egiziane si ostineranno a negare per anni».
È un ex-magistrato che scrive questi brani? Mi chiedo se in quegli anni in cui esercitava la professione mi fossi trovato sotto il suo giudizio e fossi stato di nient’altro colpevole che di sola simpatia ed empatia con la causa palestinese, cosa poteva capitarmi. Al tempo stesso, avendo poca esperienza di tribunali, mi sovviene il ricordo di una causa recente, che non ho voluto appellare, non perché meno convinto delle mie ragioni, ma perché privo di fiducia nel giudice di primo grado e di quello che avrei trovato in secondo grado. Finché si tratta di giudicare ladri di pollo, si può avere una ragionevole certezza sulla equanimità dei giudici, ma quando si toccano temi politici, nulla garantisce che il giudice, anche inconsapevolmente e convintamente, si adegui al “clima politico” dominante o sensibile alle sue corde. Non sto parlando male dei giudici, ma voglio dire semplicemente che sono uomini pure loro, non semidei.

Se confrontiamo i termini del primo brano, singolarmente e nel  loro insieme (grazie, pentimento, conferma, Br, ala oltranzista e infine resistenza palestinese) con l’andamento empatico del secondo brano, a me viene fuori il sospetto di una assunzione di campo. Non mi scandalizza se l’autore della narrazione ha simpatie sioniste, ma desidero saperlo. Addirittura in quella che un’azione di guerra vera e propria si parla di “sequestro” come fosse una partita di merci contraffatte in una normale operazione di polizia e della nostrana guardia di finanza. Infine il narratore se la ride con la “beffa”, come se la guerra, fra contendenti impari in armamenti, fosse una sequenza di “beffe” e non una tragedia che nel caso della questione palestinesi dura ormai di più di Cento Anni (1882-2016).

A proposito di “sequestri” e di “beffe” il mio pensiero va ad altro: nel 1986, in piena Roma, credo in Via Veneto, fu “sequestrato” dagli agenti israeliani Mordecai Vanunu, la cui colpa era quella di aver rivelato al mondo l’esistenza dell’atomica israeliana: altro che missiletti Sam-2. Come italiano, e romano, la “beffa” fu fatta a me! Non l’ho mai perdonato e mai ho perdonato quei magistrati che non perseguirono quel crimine, che gli inglesi sul loro territorio non permisero. In terra vive, l’Italia, lo si poteva fare, era consentito, era concesso... Non ho letto nessun libro che mi abbia dato la verità su quel fatto del 1986, ancora più recente di quello del 1980, narrato in questo libro di Cutonilli e Priore. Si può certamente obiettare che la strage di Bologna, con le sue vittime, è cosa più grave, ma il “sequestro” Vanunu, in territorio italiano, è cosa che ancora mi offende, mentre le vittime di Bologna riposano ormai in pace e non hanno di che indignarsi.

Insomma, non sono prevenuto contro il libro edito da Chiare Lettere. L’ho comprato con le migliori intenzioni e mi proponevo di fare bella figura alla prossima presentazione del 29 settembre, dimostrando di averlo già letto, ma le prime impressioni che ricavo dalla lettura sono quelle che ho scritto. Faccio però ora il bravo e cerco di giungere alla fine del libro (270 pagine) senza fare - spero - altre osservazioni. Da un punto di vista filologico credo che sarebbe stato opportuno distinguere la parte di testo che è di Rosario Priore, nato nel 1939 e magistrato in pensione, da quella scritta da Valerio Cutonilli. Probabilmente, la parte scritta da Priore è la sola introduzione (pp. 5-10) e tutto il resto è stato redatto da Cutonilli, non in che anno nato, ma certamente più giovane di Rosario Priore.

Sono arrivato a pad. 38 e l’impianto del libro sembra piuttosto semplice. Spero di non dover fare altre osservazioni e di giungere rapidamente alla fine. L’Autore, come ovvio, orientato verso la “pista palestinese”, non può fare a meno di dare un qualche inquadramento storico della questione palestinese, almeno quanto basta per dare un contesto alla sua ipotesi. Altrimenti il lettore comune, ignaro di problemi mediorientali, non capirebbe per nulla cosa possano entrarci i palestinesi con la strage di Bologna dell’agosto 1980. Sulla base di altre mie letture, ed una modesta conoscenza della geopolitica mediorientale, posso condividere quanto ebbe a dire addirittura un ebreo israeliano in una conferenza alla Fondazione Basso. Si tratta di Jeff Halper, noto per le sue lotte in Israele contro l’abbattimento delle case dei palestinesi, se ben ricordo. La tesi che a me sembra ovvia e che getta una pesantissima responsabilità sulla politica estera dei paesi europei, Italia inclusa,  è tutta la forza di Israele non sta nella sua eccellenza tecnologica o perfino nella superiore intelligenza e moralità degli israeliani, ma nel sostegno costante da parte occidentale in tutti gli àmbiti: un flusso di denaro e di aiuti e forniture di ogni genere va dagli Usa in primis e dai paesi europei, Italia inclusa. L’Italia a sua volta è sotto il tallone degli Usa fin dal 1945. E negli Usa la comunità ebraica è di gran lunga la più potenza e influenza in modo massicio e determinante la politica estera americana. Cito soltanto il libro di Mearsheimer e Walt, per non essere tacciato di parzialità in questo mio giudizio. Non credo che si debbano spendere troppe parole per dimostrare che la sofferenza dei palestinesi e le guerre centenarie in Medio Oriente sono un magnifico regalo delle potenze europee che si spartite le spoglie dell’Impero ottomano. Non ho mai viaggiato nei paesi arabi e mai lo farò, perché mi sentirei a disagio per le responsabilità storiche dell’Europa, Italia inclusa, nel nostro Vicino Oriente, nel quale andrebbe fatta una ben diversa politica, che però non ci è consentita dalla nostra sudditanza agli Stati Uniti e allo stesso stato di Israele, che presso di noi ha una lobby potentissima.

Quindi, fermo restando, che non posso certo approvare, allietarmi, giustificare minimamente un qualsiasi atto terroristico che produca vittime innocenti, non avrei gran che di che stupirmi, se la “pista palestinese” venisse ad essere accertata. Sarei ancora più perplesso sulla effettiva utilità alla causa palestinese di un simile attentato. Mi sembrerebbe più logico un “false flag”: gli israeliani sono maestri insuperati in questo genere di operazioni. La tesi più che fondata è che vi è stata almeno dalla dichiarazione Balfour in poi un colpevole sostegno degli Usa e dell‘opera a una consapevole “pulizia etnica” della Palestina sul modello sperimentato della “pulizia etnica” dei pellerossa. Non ci si bagna però due volte nella stessa acqua e se è riuscita l'operazione pellerossa, mi pare più difficile riservare lo stesso “destino” ai palestinesi. Ed è anche comprensibile che la migliore arma di cui i palestinesi possono disporre è di natura non militare: risvegliare la coscienza etico-politica dei cittadini europei, ed italiani in particolare. Parafrasando una frase ricorrente che trovavo in documenti tedeschi della seconda guerra mondiale, possiamo dire per la questione israelo-palestinese: “questa è una guerra ideologica, mediatica”, che si combatte con la propaganda, con libri, articoli su giornali, trasmissioni televisive, dichiarazioni di politici, con una produzione legislativa che pretende di combattere l’odio, di stabilire la giusta e veritiera memoria della Storia, che punisce l’orientamento anti-israeliano, ma non punisce anzi favorisce quello anti-palestinese, anti-islamico, anti-arabo.

In questo contesto, direi, si colloca il libro di cui stiamo parlando, e che cerco di leggere rapidamente, finendolo di leggere in tempo per la presentazione romana del 29 settembre, dove mi asterrò dall’intervenire ed ascolterò in silenzio e con attenzione ciò che avranno da dire gli altri che interverranno: ho più interesse ad ascoltare che a parlare. Sono arrivato intanto a pagina, dove ancora mi colpisce il termine “beffare” che ripete la “beffa” di pagina 22: «I primi a beffare il Fronte Popolare sono stati proprio gli israeliani» (p. 73): “un’impresa spettacolare”: siamo a Hollywood. Sembra di leggere una lite di condominio... E comunque non solo non vedo la fondatezza o meno delle “ipotesi” di cui parla Priore a pagina 10, ma il loro interesse e soprattutto non vedo la tesi del libro: dove vuole arrivare? Dove vuole andare a parare? Quello che finora appare è la mancanza di sovranità non solo dell’Italia, in particolare, ma di tutti gli stati europei, che in un conflitto oramai secolare, iniziato con la prima guerra mondiale per la spartizione dei territori dell’Impero ottomano non è mai cessata, e della quale l’Europo, che ha il culto della Memoria, ha però perso memoria storia, e davanti alle tragedie del nostro tempo appare come un passante del tutto sprovveduto.

Sono a pagina 89 ed ancora non trovo la tesi del libro di pagine 270 circa, ma trovo questo passaggio:
«In Italia, ancora oggi, non c’è consapevolezza dell’enorme partita giocata intorno alla questione degli euromissili che hanno posto fine alla superiorità militare sovietica».
Consapevolezza di che? e di chi? Ricordando Manzoni, a me pare che in caso di conflitto USA-Russia i primi stracci a saltare in aria sono proprio quanti risiedono in Italia. E posto, ma non ne sono per nulla convinto, e non sono però un esperto di cose militari, posto che sia venuta meno la superiorità militare sovietica (oggi russa), quale altra superiorità vi si è sostituita? Quella americana (e indirettamente israeliana, per la nota influenza determinante di Israele sulla politica estera americana) in territorio italiano, dove sono 130 le basi americane, che siamo noi stessi a pagare? Fatta eccezione, per il pagamento del carburante per lo spostamento delle nostre navi, come mi fu detto in un convegno di militari...

Sono arrivato a pag. 105 e sembra prendere corpo l’impianto narrativo: poiché gli italiani, da sempre traditori, non rispettano più il “lodo Moro” (che non esiste ma esiste), subiscono con la strage di Bologna una ritorsione da parte dell’ala “oltranzista” della guerriglia palestinese (uso io il termine “guerriglia, guerriglieri” al posto del termine connotativo “terrorismo, terroristi” preferito dagli autori). Ma siamo sempre alle “ipotesi” di pagina 10: non di risultanze processuali. Il lettore, espressamente appellato da Priore («Ora sarà il lettore a giudicare se le nostre ipotesi siano fondate o meno»). Ma cosa ha fatto nella vita Rosario Priore? Il magistrato? E vuole dal povero lettore di un libro, letto con noia e di malavoglia, quella “verità” che un magistrato non ha saputo dare sul mero, nudo e crudo svolgimento dei fatti? Chi ha rubato il pollo? Chi ha messo la bomba? Al giudice, in quanto giudice, non competono valutazioni di carattere politico, strategico, geopolitico... Sono ad di sopra della sua ordinaria comprensione. Spesso ne capisce assai meno di un comune cittadino...

Il lettore, dunque. Innanzitutto, senza se e senza ma, la piena e assolutà pietà per le vittime innocenti, alle quali deve essere resa giustizia chiunque sia stato l’autore, ma non prendendo chiunque a caso, giusto per dire che giustizia è stata fatta e gabbare così il santo. Penso che le vittime sarebbero ancora più vittime, se venissero strumentalizzate e della loro morte venisse incolpato un innocente. Questa sì che sarebbe una “beffa”, fatta ai morti, e dunque un sacrilegio. Ma anche accettando, per ipotesi, fondata o meno, l’ipotesi dei due autori, avremmo una scissione di piani, con giudizi anche diametralmente opposti.

Ferma condanna degli autori ipotizzati del crimine, ma possibile condanna - almeno come opzione politica, a seconda di quale campo della battaglia si scelga di stare, se con i palestinesi o gli israeliani - della politica seguita da Cossiga, dopo l’uccisione di Moro, che essendo lui ministro dell’interno non ha saputo evitare. Se per assurdo la strage di Bologna avesse un meccanico nesso di causalità con la politica derivante dalla violazione dell’inesistente esistente “lodo Moro”, allora la responsabilità della strage dovrebbe essere ricondotta alla Causa Prima che muove le altre cause.

Pur ammettendo, per assurdo, la tesi della ritorsione, dubito della utilità di una simile azione efferata, che quanto meno avrebbe dovuto essere rivendicata. Che senso avrebbe altrimenti una “ritorsione”  se non si dice e si fa sapere di aver fatto quella tal cosa come ritorsione alla tal altra? Siamo al di fuori della politica. Anche ammettendo, per assurdo, l’ipotesi Priore/Cutonilli, troverei più logico e plausibile un intervento del sempre presente Mossad per far cadere sulla causa palestinese l’impopolarità di una strage che offende la coscienza di un intero popolo, quello italiano, del cui sostegno la causa palestinese ha disperato bisogno. Ma andiamo avanti nella lettura...

Tutta questa la prova?
E ci sto andando avanti, ma senza fare segni sulla pagina, o ricavare estratti per poi farne il confronto. Mi affido alla memoria, che adesso mi dice come nella pagine iniziali, ad un qualche punta, la presenza di una certa persona in Bologna, diventa un indizio rilevante, quasi una prova a sostegno delle ipotesi sulle quali è chiamato a giudicare il lettore. Ahimè! E mi viene in mente come il povero Mordecai Vanunu fu attirato da Londra (dove non poteva essere rapito) da una avvenente spia che inscenò un innamoramento per poterlo poi fare rapire a Roma, dove si poteva farlo in terra vile... Che ci vuole con una scusa qualsiasi da parte del Mossad ad attirare una persona in un luogo?.... Non poteva già allora essere stato messo a punto un piano che affiora adesso, sia pure per ipotesi?... Io io stesso, che scrivo, non ero passato da Bologna con il treno pochi giorni prima della strage?... Mi sono finora immaginato, sia pure per ipotesa remota, come una possibile vittima, ma ipotesi per ipotesi le vie dell’inferno sono lastricate di ipotesi non avrei potuto io avere avuto parte nell’attentato? Non ero un allievo prediletto di Aldo Moro?... Insomma, non mi sembra serio procedere per ipotesi per sostenere operazioni che fatalmente sono di propaganda politica e si prestano alla strumentalizzazione politica. Se gli autori vogliono porre il problema della collocazione dei governi al potere rispetto alla questione palestinese, è una cosa; ma se vogliono fare quei processi che i magistrati non hanno saputo condurre, non hanno istruiti, e renderne giudice il lettore di un libro, la cosa mi sembra alquanto bislacca. Ma andiamo avanti...

In altri termini, riassumendo, qual è lo scopo del libro? Vuole darci la verità “vera” sulla strage di Bologna finora processualmente accertata? Ne ha gli elementi probatori che prima mancavano? Si riapra il processo! Tutto è possibile...  Vuole dare una ricostruzione storica di una opposizione irriducibile, insanabile, incomponibile, non mediabile israelo-palestinese il cui inizio io riporto all’anno 1882? Nel primo caso il Lettore non ha alcun potere, non ha strumenti e meno che mai questi possono essere costituiti da un libro. Nel secondo caso il libro stesso si colloca in una pubblicistica dove la neutralità non è in alcun modo possibile: o si sta con gli uni, o si sta con gli altri; o da una parte, o dall’altra. Ogni tentativo di terzietà è semplicemente un inganno.

Accidenti! Cosa ti trovo a pagina 120? Buttato e detto lì come se fosse un’inezia... Senza battere ciglio, i narratori di beffe, ci rivelano che lo stato italiano nella persona delle massime autorità, legittimate dal voto popolare, quello delle gente comune, che passa o si trova per strada, nei negozi, nelle stazioni, anche in quella di Bologna, ordina, esegue, è complice di volgarissimi omicidi, che accadono per “ragion di stato”, e quale stato? il loro! ... Gli Autori sono uomini d’onore, hanno chiaramente una eticità, vogliono e cercano una “verità”, ma quale verità? Quale verità vogliono raccontare? Quale verità pensano di avere scoperto? Ne hanno già individuato ed ammesso una più grande di quella della strage di Bologna, e non se ne accorgono... una verità che hanno sotto il naso e che supera quella di Bologna, la ingloba il sé... È forse meglio che trascriva per intero il brano che cercherò di commentare, con i metodi dell’analisi linguistica, come ho visto fare a Chomski:
«...Cossiga, in realtà, è a conoscenza del ricatto libico sin dal novembre del 1979. È stato informato dal generale dei carabinieri, volato in Libia per tentare una ricomposizione bonaria dei dissidi. Questa volta il premier Cossiga non impone la linea intransigente adottata nel caso dell’Fplp. Le relazioni commerciali con Tripoli sono indispensabili per l’economia italiana sempre più in crisi. L’esigenza di tutelare gli interessi nostrani in Libia obbliga a una scelta sofferta e contraddittoria. Nella primavera del 1980, Santovito ottiene il via libera. Il Sismi può consegnare ai servizi segreti di Gheddafi la lista dei dissidenti con l’indicazione delle date per agire. La mattanza degli esuli prosegue per settimane, a Roma e Milano. L’11 giugno, alla stazione ferroviaria del capoluogo lombardo, viene ucciso Azzedine Lahderi. Questa volta sono colpiti anche gli interessi italiani perché la vittima è un informatore del Sismi...».
Spero che il testo nella sua narrativa e nello stile con cui la narrativa viene fatta sia autoevidente, senza costringerci a diffonderci troppo. Siamo di fronte a un omicidio di stato e gli autori non percepiscono di avere qui la “verità” che cercano - a quanto pare - cercano altrove, per addossarne ad altri la colpa e responsabilità. Che differenza c’è nel brano sopra riportato da un qualsiasi omicidio di mafia? In Hobbes, il principio fondante del Leviatano è la relazione protezione-obbedienza. Uno Stato esiste perché non abbiano a compiersi mai e per nessuna ragione degli omicidi, essendo la vita il bene supremo al quale nessuno può rinunciare. Il reo è punito sulla base di una sentenza per aver violato una legge. Ma lo Stato non è autore o complice di omicidi come può esserlo un qualsiasi capo mafioso. La “verità” alla quale normalmente ci riferiamo ha un contenuto di eticità, giustizia, sacralità...  Non è la soluzione di un rebus, di un cruciverba. In fondo, nel “lodo Moro” si puntava alla salvezza di vite umane, non alla loro uccisione. Il post-Moro (il suo “lodo”) ha generato una successione di eventi, prevedibili, dove la vita umana non ha più nessun valore. Che senso ha cercare la verità nella stazione di Bologna, quando la si trova già nella stazione di Milano? Insomma, la ricerca del libro non ha propriamente come suo oggetto la ricerca della “verità”, ma punta a una “pista palestinese” che possa tornare utili ai brutti ceffi della nostra storia, uno più brutto dell’altro senza che nessuno si salvi. Paradossalmente, i morti innocenti rischiano di essere colpevoli di nient’altro che della loro innocenza, per essere in qualche modo, astratto, fittizio, remotissimo, colpevoli della legittimazione degli uomini al potere che anziché proteggere le vite le sacrificano ai loro cinismi. I morti innocenti ammazzati erano elettori di Cossiga, o degli uomini di governo i cui nomi sono fatti nel libro?... Non so riesco a focalizzare la questione della rappresentanza politica, l’istituto per il quale un premier è un premier, in un’epoca in cui si incomincia a parlare della democrazia diretta come possibile e necessario superamento di una gestione del potere che non garantisce né le nostre vite né il benessere né la dignità né i diritti che sulla carta e nelle leggi sono solennemente dichiarati e per la cui garanzia esistono apparati e corpi dello stato... Rosario Priore ha pronunciato per tutta la sua esistenza sentenze in nome del popolo italiano.

Se Giacomo Casanova si trova in un città, ed in quella città si consuma un adulterio clandestino, ne è responsabile il noto Casanova, che ha consolidata fama di seduttore. E così lo stesso Casanova viene ritenuto responsabili di tutti gli adulteri nascosti che avvengono nelle città grandi e piccole in cui si trova a passare: lascia una scia... Questo mi sembra il livello delle “ipotesi” che dovrebbero portare alla «pista palestinese»: anzi alla «ritorsione palestinese», come se i governi tutti non avessero da rispondere su una “pulizia etnica della Palestina”, fonte di ogni illegittimità fondativa di qualsivoglia stato di diritto. Per il resto, dalla lettura del libro, condotto fin oltre la metà delle sue pagine, direi che i due autori non hanno nessuna o poca cognizione di cosa sia la «pulizia etnica della Palestina» (per tutti Pappe) e di cosa sia il sionismo (fondamentale: Gilad Atzmon). Curiosamente, nel libro è citata una ex spia del Mossad, Victor Ostrovsky, autore di un libro di rivelazioni sulla natura e i metodi del Mossad: Attraverso l’inganno. In questo libro si rivela l’esistenza della rete dei sayanim, cui un autore come Atzmon mostra credere, e di cui si parla in forma romanzata da parte di altri autori. Sayanim possono trovarsi dappertutto... Ed anche la “pista palestinese” potrebbe non esserne immune. Gli autori insistono sull’«oltranzismo» di una componente palestinese richiamata nel libro, ma viene dato semplicemente per presuppo un “oltransismo” di cui non ci si chiede la natura. È da chiedersi se non sia “oltranzismo” da parte di un giudice in pensione, e di un suo giovane collaboratore,  la ricerca alla stazione di Bologna di una “verità” che gli organi inquirenti e i servizi segreti dello Stato non hanno saputo o voluto dare... Tutto questo mi sembra molto sospetto, senza che la “verità”, quale che sia, stia a me meno a cuore che ai due autori, i quali forse prediligono una verità piuttosto che un’altra.

Sono arrivato a p. 218. Non manca molto alla fine del libro e credo di aver ormai compreso ipotesi e tesi degli autori. Potrei cessare di scriverne ancora, ma in questa pagina emerge un “indizio” importante che svela non i segreti di Bologna, che restano tali, malgrado il libro, ma le intenzioni e le idealità politiche degli autori. Non si finisce mai di approfondire un argomento ed anche noi adottiamo qui il principio della verità provvisoria. Può anche darsi che gli autori non siano consapevoli dei loro stessi pregiudizi politici. Ed è così che resto sorpreso alla menzione di Sabra e Shatila, dove viene ignorata qualsiasi responsabilità dell’esercito israeliano che aveva invaso il Libano. Ignoranza dovuto alla necessità di un excursus enciclopedico per illustrare l’ipotesi della «pista» o «ritorsione» palestinese? Numerosi altri indizi e termini linguistici che si trovano nel libro e che ci siamo astenuto dall’evidenziare ad uno ad uno fanno pensare a un pregiudizio filo-israeliano e quindi il sospetto di un intero libro confezionato e redatto secondo i criteri dell’Hasbara. Non che personalmente cambierebbe alcunché per noi la fondatezza di una “pista” o “ritorsione” palestinese. Se i due autori sono in grado di dimostrarla, lo facciano! Il nostro giudizio etico-politico e storico sulla questione palestinese, ossia la “pulizia etnica” del 1948, già pensata nel 1882, o sul sionismo nella definizione datane da Gilad Atzmon, non mutano di una virgola. Anzi, se a tanto si sia potuto giungere, questo non fa che aggravare la responsabilità storica degli stati europei che hanno devastato il Vicino Oriente almeno a far data dal 1911 in poi. Perché 1911, anno della conquista italiana dello “scatolone di sabbia”? Perché una tesi che mi è capitato di ascoltare sarebbe questo il vero inizio della prima guerra mondiale... Una tesi seducente. Ho letto il libro perché mi è stato segnalato fortemente da un amico che doveva promuoverlo per favorire gli autori suoi amici... Peccato, che non lo abbia letto neppure lui ed abbia lasciato a me questo compito. A parte alcune ricostruzione storiche di eventi, dove ho potuto apprendere cose che non sapevo, mi sembra però fallito nel suo scopo doppiamente: a) sul piano strettamente giudiziario-processuale si basa - come è detto dallo stesso Priore - su “ipotesi”, niente altro che ipotesi; b) sul piano extra-giudiziario i due autori si avventurano in questioni geopolitiche ed etiche della cui natura o non paiono consapevoli o sono vittime esse stessi di pregiudizi indotti da una pubblicistica fortemente condizionata. Ci dispiace per i due autori, verso i quali non abbiamo nulla di personale, e ci dispiace per l’Amico che ci ha attenzionato il libro, facendocelo comprare e leggere: lo vogliamo finire di leggere in giornata, perché per domani 27 settembre ne è annunciato un altro, presso Mondadori, del sindaco Pizzarotti sul M5s. E questo ci interessa di più e vogliamo essere libero per domani, per un’altra scheda di lettura, a questa successiva.

(segue)

Nino Galloni: «Risorse scarse secondo Raggi e Fassina»

Antonino Galloni, fb
Con il consenso dell’Autore, Nino Galloni, e con generale presunzione di liberatoria da ogni copyright raccolgo con sistematicità in «Civium Libertas» tutti gli articoli che trovo già in rete, indicando ogni volta accuratamente la fonte, e dando al sito originario comunicazione della nostra ripubblicazione, o altri originali che l’Autore vorrà mandarmi, e che saranno disponibili a quanti vorranno ripubblicarli nei loro siti. Si tratta per me di un lavoro redazionale aggiuntivo rispetto a quello dell’Autore. Perché lo faccio? In due parole: non sono digiuno di studi economici ed ho sostenuto in modo dignitoso nei miei studi universitari non pochi esami di economia. Ma non ho fatto di questa disciplina la mia professione, orientata invece alla filosofia. L’approccio di Nino Galloni alla scienza economica mi riesce congeniale e mi è di sprone a riprendere dagli scaffali i vecchi manuali universitari, andando oltre inseguendo quella attualità dei problemi economici, degli “scenari economici”, che - come già mi insegnavano i vecchi maestri - è la migliore introduzione alla scienza economica. L’articolo è ripreso da «Scenari economici» del 22 settembre 2016, dove esce con egual titolo, ed è stato “posted” da Antonio Maria Rinaldi.

AC

La tematica della scarsità delle risorse rappresenta il confine tra la possibilità e l’impossibilità del cambiamento: nel mondo di oggi le risorse scarse sono quelle fisiche (naturali ed umane) non più quelle monetarie e finanziarie.

Infatti, dopo il 1971, è caduto l’ultimo velo sul sottostante aureo della moneta; in seguito ci sono stati eccessi, è vero, ma il sottostante della moneta sono sempre stati il lavoro, le attività produttive, le capacità tecnologiche. A esempio di eccessi, i petrodollari dovettero la loro esplosione alla decisione USA di stampare dollari e titoli pubblici per importare materie prime (soprattutto petrolio): fu un vulnus al buon senso ed inaugurò tensioni inflattive e speculazioni varie.

Ma, tornando alla regola, gli Stati possono emettere moneta o delegare gli Istituti di emissione a farlo con banconote a corso legale (l’Europa si è rovinata la vita trasformando tale moneta comune in qualcosa di scarso, artificiosamente scarso, scarso solo per i cittadini comuni e gli Stati stessi); le banche ordinarie sono abilitate ad emettere moneta – a proprio credito e debito dei prenditori – e lo fanno o poco o troppo o male; i privati e le amministrazioni in difficoltà (proprio quelle che hanno abbandonato la sovranità monetaria) possono emettere moneta fiduciaria, come furono le cambiali del miracolo economico italiano quando le lire scarseggiavano, ma le capacità imprenditive e produttive del Paese no.

Oggi, nel mondo, si stanno sviluppando piattaforme finanziarie, meccanismi di compensazione tra crediti e debiti e non solo, monete complementari e matematiche, anticipazioni su imposte fiscali future e cash flow industriali: in Italia tutto ciò sta cominciando da poco tempo perché le amministrazioni pubbliche – a differenza di quasi tutti gli altri Paesi – non aiutano, almeno finora.

Quindi, dire, come hanno fatto la Sindaca e Stefano Fassina che le risorse sono scarse implica una di queste tre conseguenze:
 a) intendere la giustizia sociale come un togliere ai ricchi per dare ai poveri;
 b) togliere ai poveri per fare investimenti;
 c) non fare niente perché non ci sono risorse.

• Il caso a) richiede di specificare cosa si intenda per ricchi, in quanto il sistema, a regime, può e deve far lavorare tutti, al limite con un’imposizione non esagerata – come oggi – ma seriamente progressiva; ma i veri ricchi sono pochi e togliere ai ricchi non basta per portare i poveri ad un livello di vita decente se non c’è un piano di sviluppo con obiettivo di valorizzare tutte le risorse disponibili.

• Il caso b) implica l’impoverimento della classe media e, quindi, blocca gli investimenti più consistenti, quelli dei privati, perché questi ultimi non vedono la ragione di farli se le prospettive dell’economia sono depresse.

• Il caso c) è il classico suicidio di una classe dirigente che non vede come il limite ad una crescita possibile, responsabile ed auspicabile non sia dato dalle risorse finanziarie (le anticipazioni di entrate – per il pubblico e per i privati – non costituiscono un aumento del debito, bensì solo una scommessa sul reddito futuro), ma da quelle fisiche.

Queste ultime sono di tre tipi: lavoro vivo, tecnologie e ambiente.

Oggi, le tecnologie disponibili sono straordinarie; per carità di Roma cito solamente i rifiuti zero (zero cassonetti, zero camion, zero inquinamento, tanta buona elettricità per tutti). Diciamo che, a differenza dei secoli passati e dei millenni passati, la tecnologia (che è lavoro accumulato) risulta sovrabbondante rispetto alle esigenze.

Il lavoro vivo c’è, come testimoniano i dati sulla disoccupazione, sull’emigrazione, ma anche sulla immigrazione: quando non ci fossero più lavoratori disponibili, allora dovremmo fermare i nostri piani di sviluppo, manutenzione, cura, ripristino, recupero, valorizzazione di tutto ciò che abbiamo – moltissimo – ma non sappiamo gestire perché cadiamo nell’errore di pensare che non sia possibile ovviare alle apparenti, ma false, prospettive di scarsità delle risorse finanziarie necessarie.

L’ambiente viene inquinato (dal cemento, dalle emissioni nocive, ecc. perché si insiste su vecchie tecniche, vecchi materiali, scarsa manutenzione): con le tecnologie moderne, oggi disponibili, l’ambiente viene salvaguardato dallo sviluppo responsabile e dalla intensificazione del flusso energetico, non viceversa: frenare lo sviluppo significa stagnare su tecniche obsolete che fanno la fortuna dei soliti imbroglioni.

Cari tutti, bisogna aprire gli occhi, smascherare i paradigmi della scarsità, marciare verso la piena valorizzazione e la vera salvaguardia delle risorse disponibili! 
Nino Galloni

mercoledì 21 settembre 2016

Paolo Becchi e Cesare Sacchetti: «Il M5s ha violato le sue stesse regole: è l’inizio della fine per il Movimento?»

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Anche questo articolo, come il precedente mi giunge direttamente nel suo file di testo ed ignoro al momento se è apparso in qualche quotidiano: ne darò i riferimenti, appena e se noti. I temi toccati sono quanto mai trancianti. Qui però vorrei aggiungere di mio una severa critica a tutta la pletora degli attivisti romani. Non è che le cose non si sapessero o non si potessero prevedere. Non è che non ci fossero state le “coltellate alle spalle” di cui icasticamente parla il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. Si è scelta la possibilità, regalata dalla contingenza politica, di andare comunque al potere: si sarebbe poi visto. I famosi tavoli tecnici di lavoro, se fossero stati davvero dei tavoli tecnici, avrebbero dovuto consentire un decollo ordinato della nuova amministrazione capitolina. Invece, erano dei centri di formazione delle cordate e di spartizione dei voti. Da questi “tavoli tecnici” non è venuta nessuna di quelle competenze tecniche di cui la cittadinanza ha disperato bisogno. Anzi, posso dire, per quanto a me noto, che sono stati congegnati proprio per allontanare le competenze tecniche, avvertite come una pericolosa concorrenza per il salto sulla diligenza.

 AC

IL M5S ha violato le sue stesse regole: è l’inizio della fine per il Movimento?
Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti

C’era un film di qualche anno fa dal titolo “L’aereo più pazzo del mondo”, nel quale i passeggeri di un volo di linea sono protagonisti di innumerevoli disavventure comiche, guidati da un equipaggio allo sbando che non riusciva a governare più l’aereo. Il M5S a Roma dà esattamente la stessa impressione, quella di un equipaggio completamente alla deriva che non sa più quale sia la rotta da seguire. Dopo la pioggia di dimissioni a catena innescate dall’ex Capo Gabinetto Raineri, sono seguite le dimissioni dell’Assessore al bilancio Minenna e dei dirigenti di AMA ed ATAC, è arrivata la conferma ufficiale che sia Virginia Raggi sia l’Assessore all’Ambiente, Paola Muraro, erano informate già dal 18 luglio dell’iscrizione nel registro degli indagati di quest’ultima avvenuta il 21 aprile 2016. Le dichiarazioni della Raggi e della Muraro vengono rilasciate davanti all’audizione della Commissione Eco-Mafie, davanti alla quale viene confermato che le due signore hanno clamorosamente mentito ai propri elettori e ai cittadini romani, quando affermavano in precedenza di non essere a conoscenza di alcuna notizia di indagine nei confronti di Paola Muraro.

Virginia Raggi ha precisato di aver informato il direttorio del Movimento di questa situazione, ma è lo stesso organismo che guida politicamente il Movimento  a smentire la versione del sindaco. Sembra di rivivere la situazione di qualche mese addietro nel comune di Quarto, quando il sindaco  Rosa Capuozzo dichiarò di aver informato il direttorio dell’indagine per voto di scambio dell’ex consigliere De Robbio, e anche in quella circostanza i membri del direttorio  si smarcarono e smentirono la versione della Capuozzo. A quanto pare nel M5S sembra di ripercorrere gli stessi accadimenti in maniera ciclica, ma Quarto non è Roma.

Un dato è certo: il M5S ha violato le sue stesse regole di trasparenza. Se si legge il “Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016” e precisamente la disciplina delle sanzioni all’art. 9 si troverà scritto che “Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume l’impegno etico di dimettersi se, durante il mandato, sarà condannato in sede penale, anche solo in primo grado. Assume altresì l’impegno etico di dimettersi laddove in seguito a fatti penalmente rilevanti venga iscritto nel registro degli indagati e la maggioranza degli iscritti al M5S mediante consultazione in rete ovvero i garanti del Movimento decidano per tale soluzione nel superiore interesse della preservazione dell’integrità del MoVimento 5 Stelle.” A questo punto appare del tutto evidente, sulla base di quel codice (peraltro a nostro avviso allucinante) che Paola Muraro debba dimettersi perché in flagrante violazione di questa prescrizione dal momento che non solo è stata confermata l’ufficialità dell’indagine per abuso d’ufficio a suo carico, ma appare ancora più grave che abbia nascosto questa importante notizia all’opinione pubblica, con il consenso del Sindaco Raggi.

La condotta della Raggi allo stesso tempo non spicca certo per correttezza ed etica, un tempo supremo vessillo che distingueva i candidati grillini dalla palude politica. Onestà, bla, bla, bla… ve lo ricordate, ebbene è proprio il Sindaco ad aver avallato la condotta scorretta dell’Assessore Muraro, e la giustificazione di aver informato il direttorio di questa circostanza non può essere certo considerata un alibi. Ad ogni modo, non era ” lo scaricabarile” considerato una pratica della peggiore politica di palazzo che il M5S aveva giurato di distruggere? I cittadini romani hanno eletto Virginia Raggi o un  direttorio e un mini-direttorio  privi di qualsiasi legittimazione giuridica e democratica? Appare del tutto evidente che dopo il caso Muraro, il M5S ha definitivamente superato il punto di non ritorno passato il quale non potrà mai più rivendicare alcuna verginità politica né presunta superiorità morale nei confronti dei suoi avversari.

 Di fronte alla circostanza di un’indagine penale, i grillini si stanno  comportando  come e peggio dei suoi predecessori. Difatti, se si scorre nuovamente il suddetto codice di comportamento, all’art. 5 si troverà la voce “trasparenza”, sotto la quale il sindaco eletto si impegna a informare i cittadini delle sue attività durante il suo mandato attraverso lo strumento di YouTube. Ovviamente i video e lo streaming on line sono solamente utili quando si tratta dei propri avversari oppure quando si tratta di mostrare le stanze del Campidoglio, con figli e familiari.

Una giunta formata da improbabili personaggi in cerca di autore,  vincolati da una sorta di contratto  che giustamente la Appendino si è rifiutata di firmare, e sostenuta da personalità tecniche, sarà priva in partenza delle qualità politiche e amministrative che servono a gestire una macchina complessa come quella capitolina. Anche la nuova scelta dell’ assessore al bilancio è sbagliata. Come lui stesso dichiara è stato convinto “dall’amico Sanmarco”, guarda caso il titolare  dello studio dove aveva lavorato la Raggi. Altro che scelta condivisa in streaming. Anche ammesso  che sia una persona giusta, è la persona giusta, ma nel posto sbagliato.  E la persona giusta, come tutti sanno, c’era e avrebbe rilanciato tutto  il Movimento. Scelte sbagliate in questo caso una seconda volta, scelte  sbagliate  in partenza come la Muraro , un sindaco paralizzato che si trova impossibilitato a governare perché eterodiretto da un direttorio e da un mini direttorio che impediscono  la normale gestione dell’amministrazione comunale. Beppe Grillo che comunica via sms le direttive da seguire. Ma è così che si governa Roma?

 Questo caso tra l’altro ha fatto anche emergere le mille contraddizioni che dilaniano il M5S, quando abbiamo assistito alla notte dei lunghi coltelli in salsa grillina con il mini-direttorio romano formato dal duo delle badesse Taverna-Lombardi che fa lo sgambetto all’odiata Virginia, per la troppa visibilità mediatica che  oscurava entrambe. Uno spettacolo disgustoso. Dall’ uno vale uno al tutti contro tutti, ecco quello che ora sta succedendo a Roma e sulla pelle dei romani.

 L’unico vero capo del Movimento era Gianroberto Casaleggio, solo la sua presenza, la sua autorità,  riusciva a frenare i protagonismi dei personaggi più in vista dell’universo grillino. Scomparso lui, chiunque si sente legittimato a impugnare lo scettro. E non è affatto detto che Grillo con il Vinavil riesca a incollare i cocci di un Movimento  che preso dalla frenesia del potere ha rinunciato ai suoi principi e alle sue visioni politiche. Un Movimento  con espulsi  reintegrati  perché cacciati  sulla base di un regolamento  illegale, con un sindaco che aspetta da mesi di sapere se fa ancora parte del Movimento o meno, con un nuovo  regolamento  che doveva essere approvato in rete, ma di cui  poi  non si è saputo più nulla e le votazioni sono saltate. E questo il  partito che  aspira a governare l’Italia?

 Faranno intervenire lo spirito del padre facendo parlare il figlio Davide? E con quale autorità, forse  quella che gli deriva dalla guida dell’azienda, la Casaleggio & Associati? Vengono in mente le parole di Paola Taverna di qualche mese fa: ”c’è un complotto per farci vincere”. Al momento sembra che l’unico complotto sia quelle del Movimento contro sé stesso. Comunque vada a finire il M5s ha  già tradito la sua stessa ragione d’essere, quella di restituire la politica ai cittadini, e quando la bolla  scoppierà e gli italiani si accorgeranno del bluff saranno cazzi amari per chi, come Di Maio, sogna di sostituire Renzi.  È solo questione di tempo.

Paolo Becchi: «Grillo, hai rotto i coglioni!»

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L’articolo mi giunge direttamente nel suo file di testo ed ignoro al momento se è apparso in qualche quotidiano: ne darò i riferimenti, appena e se noti. L’espressione rivolta a Grillo: “hai rotto i coglioni!” è icastico, ma non è certo Beppe Grillo che se ne può lamentare, essendo il suo linguaggio abituale ben più volgare e pecoreccio. Ne so personalmente qualcosa, avendo dovuto sporgere querela al Garante delle regole di civiltà del M5s. Ormai, i suoi messaggi, le sue sortite appaiono sempre più povere di contenuti politici e sembrano un disco rotto i suoi ripetuti “ragazzi meravigliosi, straordinari” con cui tenta di sovrapporre i suoi “miracolati” a una stragrande maggioranza di elettori ed italiani che hanno votato il M5s per non doversi astenere dal voto. L’immaginifico Beppe in fase di campagna elettorale, sponsorizzando la Virginia telegenica, avendo dichiarato che si sarebbe dato fuoco se Virginia non avesse vinto le elezioni... Forse non aveva previsto che andando le cose come vanno, si dovrà dare fuoco proprio perchè Virginia e il M5s hanno avuto in Roma uno strepitoso successo, al quale non segue capacità di governo. Certo, dopo i sei mesi che ha chiesto ieri a Otto e mezzo il “meraviglioso” Toninelli, visibilmente sulla difensiva, le cose potranno andare meglio, ce lo auguriamo per i cittadini romani, ma la caduta di immagine vi è comunque stata e non è rimediabile. Paolo Becchi da par suo mette il dito nella piaga.

 AC

Grillo, hai rotto i coglioni!
Paolo Becchi

    Sì, non c’è altro modo di dirlo, proprio non lo trovo: Grillo hai rotto i coglioni, non se ne può più. Non se ne può più di questo “balletto” – faccio “un passo indietro”, poi uno di lato, poi un po’ avanti, ora un po’ più a destra, ora un po’ più a sinistra. Facciamolo noi, allora, un passo indietro. Il M5S è stato guidato dalla direzione politica – per quanto “occulta” – di Gianroberto Casaleggio: con lui ha ottenuto i successi degli anni scorsi, con lui ha avuto una catena di comando rigidissima (a tratti persino autoritaria), ma funzionante. Quando Casaleggio, per via della malattia che purtroppo lo aveva colpito, ha capito che avrebbe dovuto necessariamente delegare ad altri il controllo sul Movimento, ha costituito il Direttorio. Ed è a quel punto che le cose sembravano essersi chiarite. Grillo, il “megafono”, la “voce” del Movimento, si è fatto da parte: e ciò, perché, dopo Casaleggio, il Movimento non poteva che definitivamente istituzionalizzarsi, diventare un partito come gli altri, con i suoi dirigenti, i suoi “vertici” , e così via. 

    Ma ecco che ora, con il “caso” Raggi, Grillo ritorna prepotentemente sulla scena: decide di nuovo lui, si incazza e tuona come ai vecchi tempi. Perché tutto ciò? La risposta è evidente, perché il M5S sta tentando, in tutti i modi, di sfuggire ad un principio che, volenti o no, ancora esiste e costituisce un caposaldo di ogni democrazia: la responsabilità politica. Se esiste un’organizzazione, un movimento, un partito, dev’essere sempre possibile individuare chiaramente chi, in esso, prende le decisioni politiche e se ne assume, di conseguenza, tutta la responsabilità. Perché è solo in questo modo che i cittadini potranno valutare l’operato di quel partito o di quel movimento. Questo  deve valere anche per i 5 Stelle. Se c’è un Direttorio, e se è esso che è responsabile, è solo lui che deve decidere. Se è Grillo a decidere, allora deve assumersi lui in persona la responsabilità politica delle sue scelte, e non fare “passi indietro”. 

    La domanda è: visto il totale fallimento del Direttorio, ha  Grillo il coraggio di assumersi questa responsabilità? Pare di no. Lui è il “garante”.  Risultato: nessuno è responsabile delle decisioni che il Movimento prende. Ecco perché è venuto il momento che qualcosa cambi definitivamente. Se Grillo vuole guidare il M5S, allora deve smetterla di “gestire” le cose a distanza, senza comparire mai se non per mettere le “pezze” quando la situazione, come a Roma, precipita. È lui che ha fondato il Movimento, che ha trascinato i cittadini nelle piazze: si assuma allora, ora che Casaleggio non c’è più, la leadership di questo nuovo partito. E non dica che questa parola non esiste nel Movimento. Leadership significa, nelle democrazie odierne, anzitutto visibilità. Significa anche smetterla di fingere di non impegnarsi mai nelle decisioni, salvo poi intervenire dando degli imbecilli a quelli che sbagliano. Significa guidare davvero il movimento come fanno tutti gli altri capi politici,  significa non solo fare campagna elettorale e  organizzare gli attivisti, ma darsi un programma politico preciso e regole interne, significa soprattutto assumersi tutta la responsabilità per ciò che i dirigenti del partito fanno e per come gli amministratori del partito  si comportano. 

    Grillo avrà  il coraggio per fare tutto questo? O continuerà a rompere di tanto in tanto i coglioni, come se fosse ancora il comico che sbraitava contro le multinazionali e le compagnie telefoniche?  Ma è uno spettacolo già visto, e  non fa più ridere.

martedì 20 settembre 2016

Paolo Becchi: «Il M5s non può bloccare Virginia Raggi».

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Continua su Libero di venerdì 16 settembre 2016 l’analisi di Paolo Becchi sulle evoluzioni e le giravolte del M5s. Si considera «le minacce di multe e ritiro del simbolo» che graverebbero su Virginia Raggi, che di certo all’indomani della sua schiacciante vittoria elettorale non naviga in acque tranquille, ovvero il suo “carro” dimostra di avere imbarcato i più variopinti personaggi. A furia di espellere, indignare, allontanare, emarginare tutte le competenze che potevano trovarsi all’interno del M5s, ci si trova con un gruppo di Talebani al governo oggi della Città di Roma, domani forse alla guida del paese, senza una capacità progettuale, senza un pensiero e una strategia politica: tutti gli ingredienti per una tragedia colossale. Tra le assurdità prodotte dalle Menti Occulte del M5s è da includere anche il regolamento elettorale interno e un sistema di penali non azionabili.

 AC

I numerosi inciampi della giunta pentastellata romana, accompagnati dalle tensioni tra l’entourage capitolino ed sindaco e i vertici di quello che ormai possiamo definire senza alcun dubbio il partito pentastellato, hanno portato i media in questi giorni ad evocare la possibilità di un esautoramento della Raggi in forza di quanto previsto nel «Codice di comportamento dei candidati del M5S alle elezioni di Roma 2016», sottoscritto dall’allora candidato sindaco.

L’eventualità è talmente concreta da aver spinto il sindaco a richiedere un parere ad uno studio legale della Capitale. Già questo porta a ritenere che le tensioni siano tutt’altro che risolte e che si sia raggiunta solo una tregua armata tra il sindaco e i vertici del partito. Non sono a conoscenza di quale sia stato il parere espresso dagli avvocati cui si è rivolta la Raggi, ma posso affermare con certezza che il Codice di comportamento non vincola giuridicamente in alcun modo il sindaco di Roma e che pertanto una sua eventuale violazione avrebbe tutt’al più conseguenze politiche che, come ben si sa, dipendono esclusivamente dai rapporti di forza. Cerco di fare qui un po’ di chiarezza perché i giornaloni in questi giorni in cui tutti i giornalisti sono d’improvviso diventati esperti del M5S, hanno scritto al riguardo solo fuffa.

Gli impegni in questione vincolano il sottoscrittore esclusivamente sotto un preteso profilo etico, ma sono in questo caso del tutto irrilevanti perché in palese contrasto con i princìpi giuridici previsti dal nostro ordinamento, in particolare il principio di autonomia e indipendenza sancito dal testo Unico degli Enti Locali e con lo stesso Statuto di Roma Capitale, fonti normative che dettano salvaguardie non aggirabili da un impegno di tipo privatistico, come è quello assunto dal sindaco. E di tanto doveva pur essere consapevole l’estensore del Regolamento visto che nel Codice in questione gli impegni assunti vengono definiti di carattere (non giuridico, ma) «etico», nulla di più dunque - a tutto voler concedere - di un’obbligazione morale, che è notoriamente incoercibile.

Ma vi è di più. Il Vietnam giudiziario che il Movimento sta vivendo nei Tribunali civili a seguito delle cause intentate da molti espulsi con il patrocinio dell’avv. Lorenzo Borrè, che non sta sbagliando un colpo, dovrebbe sconsigliare i vertici del M5S a impegolarsi in una nuova querelle, dal momento che le criticità del Codice di comportamento non attengono esclusivamente alla cogenza dei vincoli, ma anche al soggetto che potrebbe, nell’eventualità, cercare di farli valere: la ventilata (o minacciata) «revoca» del simbolo postula invero non solo un accertamento giudiziario che certifichi la validità del Codice e l’inadempimento da parte del sindaco, ma - prima di esso - la verifica della legittimità processuale del soggetto che dovrebbe far valere gli obblighi del Codice di comportamento.

E infatti, a ben vedere la dichiarazione di rispetto del Codice, salta subito agli occhi il particolare che essa contiene una serie di impegni a agire di concerto o con l’imprimatur del (cessato) «staff coordinato dai garanti del M5S» e dell’allora corrente diarchia Beppe Grillo / Gianroberto Casaleggio, ma con la morte di quest’ultimo viene a difettare il requisito della collegialità della decisione (il figlio di Casaleggio non succede al padre automaticamente) che costituiva un requisito di garanzia e maggior ponderatezza della funzione diindirizzo politico, funzione che quindi - stando all’interpretazione letterale del Codice etico - non può considerarsi residuata in capo al solo Grillo. Cavilli superabili? Rimarrebbe comunque la necessità di attendere almeno il primo grado di giudizio, se non addirittura tre gradi, per poter vedere (se del caso) legittimamente revocato il diritto di utilizzo del simbolo da parte del sindaco. Ed è noto che in questo Paese durano più i processi che le consiliature comunali...

Insomma: una bella grana che induce a ritenere che nessuno tenterà di togliere il simbolo a Virginia Raggi né la espellerà, né farà valere la penale di 150.000 euro prevista. Il sindaco scelga dunque tranquillamente l’assessore al bilancio senza farsi condizionare, e un nome di assoluto prestigio lo ha nel cassetto. Lo tiri fuori. Roma e i romani non possono continuare ad aspettare. Pensi a loro non al Direttorio. Un nuovo Pizzarotti nella situazione attuale Grillo non se lo può proprio permettere.

lunedì 19 settembre 2016

Teodoro Klitsche de la Grange: «Monocameralismo e rappresentanza»

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MONOCAMERALISMO E RAPPRESENTANZA

Matteo Renzi ed Elena Boschi (Wiki)
La riforma Boschi-Renzi della Costituzione conferma come alcuni concetti – secolari – della dottrina dello Stato e del diritto pubblico siano ancora essenziali per comprendere il senso di ciò che è costituzionale, malgrado spesso trascurati dai giuristi contemporanei, in particolare da quelli di regime.

E non ricordati, neppure per caso, nel “titolo” del provvedimento; questo reca “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione dei parlamentari…”. Dopo questa “apertura” riduttiva, l’art. 1  tuttavia dispone “Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione” (riformulando l’art. 55 della Costituzione) e subito dopo ridimensiona il Senato, il quale “rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti”; nell’art. 67 (della Costituzione modificata) invece si prescriveva che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” (1).

Diversamente da come spesso s’intende correntemente, il carattere di rappresentanza politica di taluni organi dello Stato non è legato alla scelta elettorale “dal basso” ma all’esigenza di dare forma all’unità politica. Come scriveva Schmitt sui due principi di forma politica (identità e rappresentanza) “nella realtà della vita politica esiste tanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali del principio d’identità, quanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali della rappresentanza”. Nessuno Stato può concretamente esistere, se basato esclusivamente su uno solo di tali principi (contrapposti e complementari). Non c’è forma politica senza rappresentanza e identità (2).

La dottrina del diritto pubblico e dello Stato – in particolare quella meno recente – si è diffusa sulla distinzione tra rappresentanza (politica) e non, in particolare tra quella moderna e quella medievale (o “cetuale” o “corporativa”), individuandone i caratteri differenziali. Ne ricordiamo i principali, come li descriveva V. E. Orlando per quella medievale “Così il diritto di mandare un rappresentante all’assemblea degli stati non competeva al popolo, ma bensì a questi stati o ceti privilegiati. ….. In questo ordinamento che fondeva principi di Diritto privato, avveniva che i rappresentanti del terzo stato erano veri mandatari delle comunità che gli inviavano”. Mentre per lo Stato a lui coevo: “Il Diritto pubblico moderno si fonda su principii opposti: Il popolo appare come unità organica; la fonte della sovranità è unica; la partecipazione alla vita pubblica appartiene ai cittadini non a corpi privilegiati. Conseguenza: il deputato non rappresenta il corpo elettorale che lo ha scelto, ma bensì tutta la nazione. … Il Diritto pubblico prescinde affatto dal criterio proprio al Diritto privato delle prestazioni reciproche. L’obbedienza alla volontà dello Stato è nel cittadino un dovere assoluto, non un corrispettivo di diritti. Conseguenze mediate di questo principio sono: che nessun mandato imperativo può darsi dagli elettori al deputato” (3).

Nel costituzionalismo moderno il carattere rappresentativo è stato riconosciuto (a partire dalla Costituzione francese del 1791), normalmente, solo a due organi: il capo dello Stato e il Parlamento. La stessa Costituzione italiana del ’48 qualifica come rappresentanti politici sia i membri del parlamento che il Presidente della Repubblica (art. 87).

Per rimarcare ancor più la differenza tra organi rappresentativi e quelli che non lo sono, già la Costituzione francese del 1791 precisava che gli altri funzionari pubblici non avevano alcun carattere di rappresentanza (politica). Cioè non potevano volere in nome della Nazione.

Sulla questione – spesso dibattuta – della distinzione tra rappresentanti e simples agents, ricordiamo che Hauriou ne individuava i principi (e i criteri distintivi) nell’autonomia della volontà (4); il cui principale connotato è l’iniziativa: “c’est parce que l’organe exécutif prend librement et fréquemment des initiatives au nom de l’Etat qu’il est un organe représentatif … le Parlement est un organe représentatif parce qu’il prend librement l’initiative des lois” (5). L’altro criterio è la responsabilità politica, connotato proprio degli organi rappresentativi (6), mentre i “funzionari sono semplici agenti, anche quelli dotati, in fatto, di grandi poteri, (perché) non hanno responsabilità politica” (7).

L’abolizione del carattere di rappresentanza della Nazione (cioè dell’unità politica) va messa in stretta correlazione con la perdita, da parte della Camera “alta”, di tutte quelle funzioni, il cui valore (ed effetto) politico è di gran lunga superiore a quello del legiferare, anche se il Senato avesse mantenuto integro il proprio potere legislativo “equiordinato” a quello della Camera (che, invece ha, in grande misura, perso). Infatti non ha più né il potere di deliberare lo stato di guerra e conferire al Governo i poteri necessari (art. 17); né concedere amnistia e indulto (art. 18); non può, con una eccezione, ratificare i trattati internazionali (art. 19); e neppure promuovere, sempre con un’eccezione, inchieste parlamentari (art. 20). L’art. 1, IV comma con disposizione decisiva, prescrive che “La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo”, riservando alla Camera il relativo potere.

Entra così nel testo della Costituzione la funzione di indirizzo politico, non disciplinata prima dell’attuale revisione. E viene menzionata solo per chiarire che compete alla Camera dei deputati e non al Senato. Mortati, pur rilevando che nel testo della Costituzione non era nominata, scriveva che tale funzione è essenziale ad ogni tipo di Stato e denota, per l’organo che l’esercita, la di esso “preminenza”, tale da non sopprimere l’autonomia degli altri, ma da condizionarne l’attività.

Peraltro, mentre i componenti la Camera, come detto, rappresentano la Nazione, quelli del Senato, rappresentano gli enti (nuovo testo). La differenza è anch’essa fondamentale. Come scrive Schmitt “Rappresentare significa rendere visibile e illustrare un essere invisibile per mezzo di un essere che è presente pubblicamente” (s’intende, qui, rappresentare politicamente) (8).

In ogni caso nella rappresentanza politica ciò che è rappresentato non è un essere concretamente esistente (persone fisiche, giuridiche o anche gruppi sociali) ma un’entità come il “popolo”, la “nazione”, come scritto in tante Carte Costituzionali (9).

Come sostiene Freund “la rappresentanza  politica da esistenza concreta a quello che rappresenta, fa un tutt’uno (corps) con il rappresentato” (10).

Al contrario rappresentare chi è esistente (visibile, presente) non è connotato della rappresentanza politica; vale quello che scriveva (tra i tanti) Orlando, prima citato.

Con ciò, in sostanza, il Senato ha perso quello che Hauriou chiamava “il potere deliberante”. Notava il giurista francese che avendo il Parlamento una pluralità di funzioni, era riduttivo qualificarlo per una sola di quelle, ovvero la legislativa; e che il carattere peculiare di tale potere era prendere risoluzioni collettive (quindi non solo leggi) su soggetti di governo o d’amministrazione, a maggioranza e previa discussione (11).

Da quanto risulta da questa riforma, di oggetti su cui decidere, al di là della limitata partecipazione al processo legislativo, il Senato ne ha pochissimi, riconducibili al carattere rappresentativo delle istituzioni territoriali che gli è riconosciuto.

E su tale punto occorre peraltro ricordare la distinzione, risalente a Thomas Hobbes, e che la riforma Renzi-Boschi riporta all’attualità. Il filosofo inglese rilevava che il rappresentante politico è colui che rappresenta l’unità e la totalità; e che bisognava distinguerlo da coloro che rappresentavano solo dei gruppi particolari incaricati, per l’appunto, di render noto al sovrano, cioè al rappresentante dell’unità, valutazioni e richieste delle articolazioni sociali (contee, città, corporazioni): “dove è stato già creato un potere sovrano, non può essere altra rappresentanza dello stesso popolo se non solo per certi scopi particolari, limitati dal sovrano; altrimenti si creano due sovrani” con il pericolo di perdita dell’unità politica.

Solo il primo è vero rappresentante politico, perché con le sue decisioni (ed azioni) costituisce e garantisce l’esistenza e l’azione della comunità e dell’unità politica della stessa; i secondi sono rappresentanti solo di istituzioni o di gruppi subordinati.

La dottrina pubblicistica francese d’altra parte, ha particolarmente evidenziato il rapporto tra rappresentanza politica e sovranità. Scriveva Esmein “è nella forma del governo rappresentativo che si è attestata ed esercitata la sovranità nazionale nei tempi moderni (12)  e Carrè de Malberg ritiene che “il regime rappresentativo ha il proprio punto di partenza nel sistema della sovranità nazionale come, del pari e all’inverso, la nozione di sovranità nazionale porta essenzialmente al governo rappresentativo (13).

I senatori, perdendo la rappresentanza della Nazione, hanno perduto così anche (l’esercizio della) sovranità. Non sono ancora, come diceva Napoleone, dei cochons engraissés, ma sono sulla via di diventarlo.

Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE

(1) Ricordiamo, nella seguente bibliografia i principali contributi “classici” (e meno recenti) sulla rappresentanza: R. Carrè De Malberg, Contribution à la theorie général de l’Etat. Parigi 1922, Tome II, pp. 199 ss.; M. Hauriou, Précis de droit constitutionnel, Parigi, pp. 146 ss.; C. Schmitt, Verfassungslehre, Berlino 1928, §§ 16 e 24; Santi Romano, Principi di diritto costituzionale generale, Milano 1947, pp. 160, ss.; G. Jellinek, Allgemeine Staatslehre, trad. it., Milano 1949, pp. Pp. 139 ss.; C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Tomo I, Padova 1975, pp. 423 ss.; G. Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Milano 1970, pp. 99 ss.; E. Crosa, Diritto Costituzionale, Torino 1955, pp. 245 ss.; V. E. Orlando, Diritto pubblico generale. Scritti vari, Milano 1940, pp. 417 ss.; C. Lavagna, Diritto costituzionale, Vol. I, Milano 1957, pp. 527 ss.; L. Rossi, I principi fondamentali della rappresentanza politica. Il rapporto rappresentativo, Vol. I, Bologna 1894; J. H. Kaiser, Die Rapresentätion organisierter Interessen, Berlino 1956.

(2) E scriveva anche “La diversità delle forme di Stato si basa sul fatto che ci sono due principi di forma politica contrapposti, dalla cui realizzazione ogni unità politica assume la sua forma concreta. … Lo Stato è una condizione, e precisamente la condizione di un popolo. Ma il popolo può raggiungere e ottenere in due diversi modi la condizione dell’unità politica. Esso può già nella sua immediata datità – in virtù di una forte e consapevole omogeneità, in seguito a stabili confini naturali o per qualsiasi altra ragione – esser capace di agire politicamente. Inoltre esso è come entità realmente presente nella sua immediata identità con se stesso una unità politica. … Il principio contrapposto parte dall’idea che l’unità politica del popolo in quanto tale non può mai essere presente nella reale identità e perciò deve sempre essere rappresentata fisicamente da uomini. … Queste due possibilità, l’identità e la rappresentanza, non si escludono, ma sono solo due punti contrapposti di orientamento nella concreta strutturazione dell’unità politica. In ogni Stato prevale l’uno o l’altro, ma entrambi fanno parte dell’esistenza politica di un popolo”. V. Verfassungslehre, trad. it. di A: Caracciolo La dottrina della Costituzione, Milano 1984 p. 270 ss.

(3)  V. Principi di diritto costituzionale, 4ª ed. (Barbera) 1904.

(4) “Le principe de la distinction est certainement l’autonomie de la volonté: les organes de l’Etat sont ceux qui veulent au nom de l’Etat, avec autonomie, avec «un pouvoir arbitraire», disait Esmein” V. Précis de droit constitutionnel, Paris 1929 p. 212.

(5) Op. loc. cit..

(6) Tous les organes représentatifs sont responsables politiquement et, même, il convient d’affirmer que plus un pouvoir est politiquement responsable, plus il est un organe de l’Etat autonome et plein d’initiative, car la responsabilité politique est corrélative à l’autonomie. Op. loc. cit.

(7) Op. loc. cit. p. 213.

(8) V. Op. cit.;  v. l’esplicazione del concetto e le citazioni p. 277 ss.

(9) A titolo d’esempio ricordiamo norme di costituzioni scritte sulla rappresentanza; v. art. 32 Cost. belga; art. 38 Cost. tedesca; art. 56 e 66 della Cost. spagnola; art. 2 titolo I della Cost. francese del 1791; art. 21 Cost. francese del 1848.

(10)  L’essence du politique, Paris 1965,p. 330.

(11) Sul punto, sulla pluralità di funzioni della Camera dei Comuni e sulla “preminenza” del sostegno al Governo v. W. Bagehot trad. it. da G. Cotta ne La rappresentanza politica, Milano 1983, pp. 131 ss.


(12) Citata da R. Carrè de Malberg, op. cit., p. 199; questo autore ricorda anche a tale proposito l’opinione di Duguit.

(13)  Op. loc. cit.